In un solo giorno, i mercati globali hanno smaltito i recenti timori legati alla possibile escalation in Iran. Il prezzo del petrolio è crollato di oltre il 5% questo lunedì, con il barile di Brent scivolato a 66 dollari e il WTI a ridosso dei 61 dollari. A innescare il violento sell-off è stata una convergenza perfetta di eventi: l’improvvisa apertura diplomatica tra Stati Uniti e Iran e il terremoto monetario scatenato dalla nomina di Kevin Warsh alla Federal Reserve.
Il “premio di guerra” evapora
Fino a venerdì scorso, il greggio viaggiava sui massimi di periodo, sostenuto dal timore che l’escalation in Medio Oriente potesse bloccare lo Stretto di Hormuz. Oggi, quello scenario sembra lontano. Il Presidente Donald Trump ha spiazzato gli operatori annunciando che l’Iran sta “parlando seriamente” con Washington.
A confermare la distensione è arrivata Teheran: Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha parlato di un “quadro strutturato” per i negoziati, definendo le voci di guerra una “montatura mediatica”. Il mercato, che aveva prezzato il conflitto, si è trovato improvvisamente costretto a prezzare la pace, rimuovendo istantaneamente il premio al rischio di circa 4-5 dollari al barile.
L’effetto Warsh sul dollaro
Mentre la geopolitica toglieva supporto al petrolio, la politica monetaria gli dava il colpo di grazia. La nomina di Kevin Warsh a prossimo presidente della Fed ha rafforzato immediatamente il dollaro USA, rendendo più costose le materie prime per chi detiene altre valute.
Warsh, considerato un “falco” (sostenitore di tassi più alti), ha innescato una fuga dagli asset rifugio. L’argento è stato protagonista di un crollo storico, perdendo oltre il 30% in due sedute, amplificando le vendite sul comparto energetico per coprire le perdite a margine.
Ritorno alla realtà: Il surplus del 2026
Senza il velo della paura geopolitica, il mercato petrolifero si è risvegliato di fronte ai suoi fondamentali, che per il 2026 sono tutt’altro che rosei. Banche d’affari come Goldman Sachs e Morgan Stanley prevedono un surplus di offerta strutturale per quest’anno, stimato tra i 2 e i 3 milioni di barili al giorno, a causa della debolezza della domanda cinese e dell’aumento della produzione nelle Americhe. Con l’OPEC+ che ha deciso di non tagliare ulteriormente la produzione nel weekend, non ci sono argini per sostenere i prezzi in assenza di rischi bellici.





