Quella di ieri, venerdì 30 gennaio 2026, sarà ricordata come una delle sedute più violente nella storia delle materie prime. Dopo un inizio d’anno che molti analisti avevano definito “parabolico”, la gravità è tornata a farsi sentire sui mercati con una brutalità inaspettata. L’oro ha subito la peggiore flessione giornaliera dal 2013, mentre l’argento è stato protagonista di un crollo storico, perdendo oltre il 30% del suo valore in poche ore.
La tempesta politica e tecnica
Il trigger fondamentale che ha innescato le vendite è stato di natura politica. La conferma della nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve da parte del Presidente Donald Trump ha colto in contropiede gli investitori. Warsh, considerato un “falco” (sostenitore di politiche monetarie più rigide rispetto all’uscente Powell), ha immediatamente riacceso l’interesse per il Dollaro USA.
“La percezione del mercato è che Warsh sarebbe un’opzione relativamente più tradizionale e meno accomodante come presidente della Fed, e in tal caso potremmo vedere meno tagli dei tassi”. Lo afferma Kevin Ng, senior strategist di Nomura Australia.
Il biglietto verde ha registrato un forte rimbalzo (l’indice DXY è salito sopra quota 97), rendendo istantaneamente più costosi i metalli preziosi quotati in valuta americana. “Il mercato stava cercando una scusa per sgonfiare una bolla speculativa ormai insostenibile”, ha commentato Christopher Wong di OCBC a Bloomberg, sottolineando come il rally di gennaio fosse diventato tecnicamente eccessivo.
Il crollo dell’argento e i margini CME
Se per l’oro si è trattato di una correzione molto severa (perdendo oltre l’11% e chiudendo a 4763 dollari l’oncia, per l’argento si è trattato di un vero e proprio crash. Il metallo bianco è precipitato del -31% in giornata, passando dai massimi di oltre 121 dollari fino a toccare minimi in area 78 dollari.
A esacerbare il movimento è intervenuta la “mano invisibile” dei regolatori. Il CME Group (la borsa dei futures di Chicago) ha alzato i requisiti di margine, il capitale minimo per mantenere una posizione aperta, dall’11% al 15% per l’argento e dal 6% all’8% per l’oro. Questo ha innescato una spirale di margin calls: i trader a leva, incapaci di versare nuova liquidità, hanno visto le loro posizioni liquidate forzatamente dai sistemi automatici, causando un “vuoto d’aria” nei prezzi.
La reazione italiana e le prospettive
Nonostante il sisma sulle materie prime, Piazza Affari ha mostrato una notevole resilienza. Il settore bancario italiano ha festeggiato la prospettiva di tassi d’interesse potenzialmente più alti (nel lungo termine) sotto la guida di Warsh: Intesa Sanpaolo (+2,16%) e UniCredit (+1,67%) hanno chiuso in positivo, dissociandosi dal panico delle commodities.
Cosa aspettarsi ora? Le grandi banche d’affari invitano alla cautela ma non al disfattismo. J.P. Morgan e Goldman Sachs mantengono target di prezzo elevati per la fine del 2026 (rispettivamente sopra i 5.000 e 5.400 dollari per l’oro), vedendo nel crollo di ieri una “pulizia” necessaria degli eccessi speculativi piuttosto che la fine del trend rialzista secolare.





