Lo scontro tra il potere esecutivo e la finanza globale ha raggiunto un nuovo, clamoroso apice. Donald Trump, nel pieno del suo secondo mandato, ha trascinato in tribunale JPMorgan Chase e il suo CEO Jamie Dimon, chiedendo un risarcimento monstre di 5 miliardi di dollari.
La denuncia, depositata giovedì 22 gennaio 2026 presso il tribunale della contea di Miami-Dade, in Florida, accusa la più grande banca d’America di aver compiuto un atto di “debanking” politico. Al centro della contesa c’è la decisione dell’istituto di chiudere i conti del tycoon e delle sue aziende nel febbraio 2021, poche settimane dopo i fatti di Capitol Hill e l’uscita di Trump dalla Casa Bianca.
Le accuse: “Cancellato per credenze Woke”
Secondo i legali del Presidente, la banca avrebbe agito spinta da “motivazioni politiche e sociali”, aderendo a quelle che la denuncia definisce “credenze ‘woke’ non comprovate” per compiacere l’opinione pubblica del momento. Il documento legale è durissimo: sostiene che JPMorgan non solo abbia chiuso i conti “unilateralmente e senza preavviso”, ma abbia anche inserito Trump in una sorta di “lista nera” informale, rendendogli difficile trovare nuovi partner bancari e causando “danni reputazionali estesi” alle sue attività nel settore dell’ospitalità. L’azione legale fa leva su una specifica legge della Florida che vieta alle banche di discriminare i clienti sulla base delle opinioni politiche.
La difesa di JPMorgan
Ieri, JPMorgan ha definito la causa “priva di fondamento”. “Anche se ci rammarichiamo che il Presidente ci abbia fatto causa, crediamo che l’azione non abbia merito”, ha dichiarato un portavoce. La banca ha respinto categoricamente l’accusa di discriminazione ideologica, spiegando che la chiusura dei conti avviene esclusivamente quando questi “creano rischi legali o normativi per l’azienda“. Una linea difensiva tecnica che punta a spostare il dibattito dalla politica alla compliance antiriciclaggio e alla gestione del rischio reputazionale.
Il retroscena: una faida personale
Questa battaglia legale non nasce nel vuoto. Arriva al culmine di una settimana di tensioni altissime tra Trump e Dimon. Solo pochi giorni fa, il Presidente aveva smentito con rabbia su Truth Social un articolo del Wall Street Journal che ipotizzava un’offerta a Dimon per la guida della Federal Reserve o del Tesoro. Inoltre, Dimon aveva recentemente criticato le politiche economiche di Trump a Davos e difeso l’indipendenza della Fed, il cui attuale presidente Jerome Powell è sotto indagine penale da parte dell’amministrazione Trump.
Reazioni dei Mercati Nonostante la cifra esorbitante richiesta e il peso politico dei contendenti, i mercati hanno reagito con freddezza. Il titolo JPMorgan ha chiuso la seduta di ieri con un leggero rialzo (+0,4%), segno che gli investitori considerano la mossa più come una schermaglia politica che come un rischio immediato per il colosso bancario.
La causa Trump v. JPMorgan si preannuncia ora come il processo dell’anno: un test cruciale che dovrà stabilire se le banche hanno il diritto di scegliere i propri clienti o se l’accesso al credito è un diritto che non può essere revocato per ragioni legate alla polarizzazione politica.





