L’Iran è entrato nella sua seconda settimana di caos, in quella che appare come la sfida esistenziale più grave alla Repubblica Islamica dalla sua fondazione. Mentre il regime tenta di soffocare nel sangue le proteste nate dal collasso economico, lo scenario internazionale si fa incandescente: il presidente USA Donald Trump ha minacciato un intervento diretto e Israele ha posto le sue forze armate in stato di massima allerta per il timore di una rappresaglia immediata.
Teheran brucia
Quella che era iniziata il 28 dicembre come una protesta dei commercianti contro il crollo verticale del Rial, scambiato ormai alla cifra record di 1,47 milioni per dollaro, si è trasformata rapidamente in un’insurrezione politica. La risposta del regime è stata spietata. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla in diverse città, con un bilancio che, secondo gli attivisti, ha ormai superato i 100 morti e migliaia di arresti.
Le notizie che filtrano, nonostante il blackout quasi totale di internet, dipingono un quadro di terrore sistematico. A Ilam, le forze speciali hanno fatto irruzione negli ospedali per strappare via i feriti dai letti e arrestarli. Ad Azna, la repressione ha un volto preciso: quello di Taha Safari, uno studente di 15 anni. La sua famiglia, dopo averne denunciato la scomparsa, è stata costretta dalla polizia a identificare il corpo del figlio scorrendo foto di cadaveri anonimi. Le autorità hanno poi ricattato i genitori: il corpo sarebbe stato restituito solo in cambio di una dichiarazione pubblica che classificasse la morte come “incidente”. Per giustificare tale brutalità, il regime ha smesso di definire i manifestanti “rivoltosi”, bollandoli ora come “terroristi”, un cambio semantico che autorizza legalmente l’uso immediato di forza letale.
Venti di guerra: L’ultimatum di Trump
La carneficina ha innescato una reazione a catena a Washington. Donald Trump ha lanciato un avvertimento esplicito, dichiarando che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare” il popolo iraniano e a “colpire duro” se le violenze non cesseranno. Sebbene al momento non vi siano portaerei americane nel Golfo Persico, la USS Gerald R. Ford è dislocata nei Caraibi per la crisi venezuelana, il Pentagono mantiene una massiccia capacità di attacco aereo tramite le basi in Qatar e Giordania.
Queste minacce hanno messo Israele in allarme rosso. Fonti della difesa confermano che l’IDF è in stato di “massima allerta”. L’intelligence israeliana teme che un regime iraniano con le spalle al muro possa rispondere a un eventuale raid americano scatenando una pioggia di missili sullo Stato Ebraico. Una minaccia resa esplicita dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, che ha avvertito: in caso di attacco USA, Israele e le basi americane saranno considerati “bersagli legittimi”.
L’isolamento strategico
A rendere la situazione ancora più esplosiva c’è il nuovo assetto regionale. La Siria, storico polmone logistico dell’Iran, ha cambiato campo dopo la caduta di Assad. Il nuovo governo di Damasco ha siglato un accordo inedito di cooperazione di intelligence (il “Fusion Mechanism”) con Israele e Stati Uniti per sigillare i confini. Circondato, in bancarotta e in guerra aperta con la sua stessa popolazione, il regime iraniano appare oggi come un animale ferito e imprevedibile, la cui agonia rischia di trascinare l’intero Medio Oriente in un nuovo conflitto.





