BRUXELLES – Nelle prime ore di un’alba gelida a Bruxelles, l’Unione Europea ha svoltato. Di fronte al rischio concreto di una bancarotta ucraina entro la primavera e sotto l’ombra di un disimpegno americano targato Donald Trump, i leader dei 27 hanno siglato un accordo che vale 90 miliardi di euro. Ma la vera notizia non è la cifra, bensì il metodo: l’Europa ha scelto di indebitarsi ancora una volta collettivamente, respingendo la tentazione di confiscare i 210 miliardi di asset russi congelati nei suoi forzieri.
Il fallimento del “Piano A”
Fino alla cena di ieri sera, il copione sembrava diverso. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz avevano spinto con forza per il cosiddetto “Prestito di Riparazione”, una mossa audace che avrebbe utilizzato i beni della Banca Centrale Russa come garanzia diretta.
Il piano si è però infranto contro il muro eretto dal Belgio, custode, tramite la società Euroclear, di circa 190 miliardi di quei fondi. Il premier belga Bart De Wever è stato irremovibile: senza garanzie legali “eterne” e totali da parte degli altri partner, Bruxelles non avrebbe rischiato il collasso della sua piazza finanziaria sotto il peso di cause legali internazionali e ritorsioni russe. A fargli sponda, con toni più felpati ma identica sostanza, l’Italia e la Francia, preoccupate per la stabilità dell’euro e per la reazione dei mercati globali.
La vittoria del “Buon Senso”
“Ha prevalso il buon senso”, ha commentato a caldo la premier italiana Giorgia Meloni, rivendicando la linea della prudenza legale. L’accordo finale prevede che la Commissione emetta obbligazioni sui mercati (debito comune), garantite dal bilancio dell’UE, per finanziare prestiti a tasso zero all’Ucraina per il biennio 2026-2027.
Gli asset russi rimangono congelati “finché Mosca non pagherà i danni”, ma non vengono toccati. Una clausola di riserva permette all’UE di utilizzarli in futuro per ripagare questo prestito se la Russia non onorerà le riparazioni, un compromesso semantico che salva la faccia ai falchi senza violare, per ora, il diritto internazionale.

Un’Europa a due velocità
Il prezzo politico dell’unanimità è stato, paradossalmente, la sua frammentazione. Per aggirare i veti di Viktor Orbán (Ungheria) e Robert Fico (Slovacchia), a cui si è unita a sorpresa la Repubblica Ceca (probabile segnale del ritorno d’influenza di Andrej Babiš), è stato attivato un meccanismo di “astensione costruttiva” o cooperazione rafforzata.
Questi tre paesi non ostacoleranno il prestito, ma ne sono stati formalmente esentati: non garantiranno un solo euro del nuovo debito. “Siamo innocenti”, ha esultato Orbán, che porta a casa il doppio risultato di non pagare per la guerra e di mantenere un canale aperto con il Cremlino.
La reazione dei mercati
La decisione di evitare la confisca degli asset è stata accolta con sollievo dai mercati finanziari, che temevano una fuga di capitali dal sistema euro. Lo spread BTP-Bund è rimasto stabile attorno ai 69 punti base, segno che gli investitori considerano il nuovo debito comune europeo un asset sicuro e non un rischio per i bilanci nazionali come quello italiano.
Cosa significa per il futuro
Con questo accordo, l’Europa compra tempo, due anni di ossigeno per Kiev, e lancia un segnale a Washington: l’UE è capace di “autonomia finanziaria”. Tuttavia, scegliendo la via del debito invece di quella degli asset, Bruxelles dimostra ancora una volta di preferire la stabilità interna all’escalation economica, lasciando intatto il tesoro di Putin come ultima, intoccabile, fiche negoziale.





