Novembre doveva essere il mese della svolta, o almeno del sollievo. Dopo lo storico incontro di fine ottobre a Busan tra Donald Trump e Xi Jinping, che ha sancito una tregua nella guerra commerciale, i mercati speravano in un rimbalzo immediato. Invece, i dati rilasciati questa domenica dall’Ufficio Nazionale di Statistica (NBS) raccontano una storia diversa: l’attività manifatturiera cinese si è contratta per l’ottavo mese consecutivo.
I Numeri della Crisi
L’indice PMI manifatturiero ufficiale si è attestato a 49,2. Sebbene sia un lieve miglioramento rispetto al 49,0 di ottobre, rimane ostinatamente sotto la soglia di 50 che separa la crescita dalla recessione. È la striscia negativa più lunga registrata nella storia recente del Dragone, un segnale inequivocabile che i problemi di Pechino vanno ben oltre i dazi americani.
Ancora più allarmante è il crollo del settore dei servizi. L’indice non manifatturiero è sceso a 49,5, finendo in contrazione per la prima volta dal dicembre 2022, quando il paese era ancora alle prese con la fine della politica Zero-Covid. Finito l’effetto spinta della “Golden Week” di ottobre, i consumi interni si sono nuovamente congelati.

Perché la Tregua non Basta?
L’accordo di Busan ha portato risultati tangibili sulla carta: gli USA hanno tagliato del 10% i dazi legati al fentanyl e la Cina ha sospeso i temuti controlli sull’export di terre rare, garantendo forniture vitali per l’industria tech globale. Tuttavia, la “pace fredda” non ha risolto il problema strutturale della Cina: la mancanza di domanda interna.
Come sottolinea Lynn Song, capo economista di ING per la Grande Cina, “i responsabili politici sembrano ritardare ulteriori supporti”. Con l’obiettivo di crescita del 5% per il 2025 ormai a portata di mano grazie all’export, Pechino esita a lanciare stimoli massicci, preferendo tollerare il dolore a breve termine per sgonfiare la bolla immobiliare senza far esplodere il debito.
Uno Sguardo al 2026: Lo “Shock Cinese 2.0”
Non tutto è nero. Mentre la “vecchia economia” (acciaio, cemento, immobiliare) soffre, la “nuova economia” si prepara a correre. Goldman Sachs ha recentemente alzato le stime di crescita del PIL cinese per il 2026 al 4,8%, scommettendo su quello che definisce “China Shock 2.0”.
La strategia del 15° Piano Quinquennale è chiara: inondare il mercato globale non più di beni a basso costo, ma di alta tecnologia — veicoli elettrici, batterie e pannelli solari. Se il 2025 si chiude con le fabbriche a mezzo servizio, il 2026 potrebbe vedere la Cina tentare di esportare la propria via d’uscita dalla crisi, sfidando direttamente le industrie occidentali proprio mentre la tregua commerciale scricchiola sotto il peso di nuove tensioni competitive.
In sintesi: il paziente cinese è stabile, ma resta in terapia intensiva. La tregua diplomatica ha evitato il peggio, ma per riaccendere davvero i motori, Pechino dovrà trovare il modo di convincere i propri cittadini a tornare a spendere.





